Nel mondo della finanza, l’investimento in azioni rappresenta da decenni il modello dominante. Gli investitori acquistano quote di società nella speranza che il valore aumenti e che vengano distribuiti dividendi. Tuttavia, in un’epoca segnata dalla volatilità dei mercati, dalla crescente insoddisfazione verso le dinamiche speculative e dalla ricerca di un maggiore allineamento tra investitori e aziende, stanno emergendo modelli alternativi.
Questi modelli spostano il focus dal valore percepito di un’azienda al suo rendimento reale: le vendite. Questo articolo esplora alcune di queste soluzioni, che potrebbero rappresentare una svolta per imprenditori e investitori.
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Indice:
#1. Perché cercare alternative alle azioni
Il modello azionario ha dominato l’economia capitalista moderna, ma sempre più persone iniziano a domandarsi se sia davvero l’unico possibile. L’acquisto di azioni implica l’assunzione di un rischio legato non solo alla performance dell’azienda, ma anche a fattori esogeni come l’umore dei mercati, i tassi d’interesse, o le aspettative degli analisti. Questo ha portato a una crescente disconnessione tra il valore reale delle aziende e la loro valutazione di borsa.
Inoltre, il sistema premia spesso strategie orientate alla crescita a breve termine. Gli amministratori delegati sono incentivati a migliorare i risultati trimestrali per compiacere gli azionisti, anche a costo di tagli e decisioni che compromettono la salute di lungo termine dell’azienda.
C’è poi un tema di accessibilità e trasparenza. Non tutti gli investitori hanno gli strumenti o le conoscenze per muoversi nei mercati azionari globali. Questo limita la partecipazione, concentrando la ricchezza nelle mani di chi ha accesso a informazioni e strumenti più sofisticati.
Infine, le azioni si basano su una logica speculativa che spesso premia chi compra e vende al momento giusto, piuttosto che chi sostiene attivamente la crescita dell’impresa. Per questi motivi, cresce l’interesse verso modelli di investimento in cui il guadagno è direttamente collegato alla capacità dell’azienda di generare ricavi.
#2. Limiti del modello azioni/dividendi
Le azioni offrono due principali fonti di rendimento: l’aumento di valore del titolo e i dividendi distribuiti agli azionisti. Tuttavia, entrambi presentano criticità. L’aumento di valore dipende spesso da fattori esterni e da dinamiche speculative, mentre i dividendi non sono garantiti e possono essere sospesi in qualsiasi momento.
Un altro limite è la distanza tra l’investitore e l’attività operativa dell’impresa. Chi acquista azioni sul mercato secondario non sta finanziando direttamente l’azienda, ma sta comprando un diritto da un altro investitore. In questo modo, il capitale circola tra gli speculatori, mentre l’impresa non riceve nuovi fondi.
Inoltre, la distribuzione dei dividendi è spesso vista come una riduzione di capitale, e non sempre rappresenta una politica premiante per gli investitori a lungo termine. Molte aziende tecnologiche, ad esempio, preferiscono reinvestire i profitti piuttosto che distribuire utili, rendendo il dividendo un’eccezione più che una regola.
Infine, il modello tradizionale rende difficile per le piccole imprese accedere ai mercati. Le IPO richiedono strutture complesse, costose e un livello di compliance non sostenibile per molte startup. Questo crea una barriera d’ingresso che esclude gran parte del tessuto imprenditoriale dal finanziamento attraverso il mercato azionario.
Alla luce di questi limiti, crescono l’interesse e la necessità di modelli che favoriscano una relazione più diretta e trasparente tra chi produce valore e chi lo finanzia.
#3. Modelli alternativi legati alle vendite
Per comprendere meglio le caratteristiche dei modelli alternativi basati sui ricavi, è utile confrontarli in base a tre aspetti chiave: il livello di rischio per l’investitore, la trasparenza del meccanismo, e gli incentivi generati per l’impresa. La tabella seguente riassume in modo sintetico le differenze principali tra le quattro soluzioni analizzate:
| Modello | Rischi | Trasparenza | Incentivi per l’impresa |
|---|---|---|---|
| Revenue-Based | Bassi, legati ai ricavi | Alta | Allineati alla crescita |
| Royalty-Based | Medio, su singolo prodotto | Media | Promuovere il prodotto |
| Token Economy | Alti, volatilità e norme | Variabile | Crescita del valore del token |
| Affiliate Equity | Bassi, legati a vendite | Alta | Premia vendite dirette |
Revenue-based financing (RBF)
Il revenue-based financing è un modello in cui un investitore fornisce capitale in cambio di una percentuale dei ricavi futuri dell’azienda fino a raggiungere un determinato multiplo dell’investimento iniziale. Questo approccio non richiede la cessione di quote societarie, né prevede interessi fissi. L’investitore è remunerato solo se l’azienda vende, creando un allineamento naturale tra le due parti. È particolarmente adatto a imprese con entrate ricorrenti e prevedibili, come SaaS o e-commerce.
Molte startup hanno già adottato questo sistema per evitare la diluizione delle quote e mantenere il controllo decisionale. Un esempio emblematico è Lighter Capital, che ha finanziato centinaia di aziende tecnologiche negli Stati Uniti con questo modello. In cambio, ha ricevuto una percentuale dei ricavi mensili fino a rientrare dell’investimento con un ritorno prefissato.
Royalty-based investment
Simile al RBF, il royalty-based investment si applica spesso a singoli prodotti o tecnologie. L’investitore riceve una quota fissa dei ricavi generati da quel prodotto specifico. È un modello diffuso in ambito musicale, editoriale, e nel settore farmaceutico. Il vantaggio è che l’investitore non entra nel capitale dell’impresa, ma partecipa direttamente al successo di un’iniziativa commerciale.
Nel mondo editoriale, alcuni autori indipendenti usano contratti di royalty-sharing con gli editori o con investitori privati, che finanziano la pubblicazione del libro in cambio di una quota sulle vendite. Questo approccio riduce il rischio per l’autore e motiva gli investitori a contribuire alla promozione.
Nel settore musicale, piattaforme come Royal.io permettono di acquistare diritti su brani musicali, ricevendo una percentuale delle entrate generate da streaming e licenze. Anche in questo caso, l’investitore guadagna solo se il brano ha successo.
Token economy
La token economy sfrutta le tecnologie blockchain per creare strumenti digitali (token) che rappresentano diritti di accesso, quote di ricavi o altri benefici economici. I token possono essere venduti a investitori che ricevono in cambio una quota dei ricavi o dei profitti generati. Alcuni token offrono diritti simili ai dividendi, ma con processi automatizzati. Il modello è già diffuso nel mondo DeFi e tra i creatori di contenuti.
Nel mondo crypto, progetti come Audius o Rally hanno introdotto token legati ai ricavi generati dagli artisti o dai creatori di contenuti. Gli utenti possono acquistare token e ricevere parte delle entrate, partecipando alla crescita dell’ecosistema.
Affiliate equity
L’affiliate equity è un modello in cui promotori, venditori o collaboratori ricevono una quota dei ricavi generati dalle vendite che aiutano a produrre. A differenza di un semplice programma di affiliazione, questo modello prevede una partecipazione più profonda e continuativa. È ideale per costruire reti di vendita decentralizzate e incentivare chi contribuisce alla crescita dell’impresa.
Nel settore dell’e-commerce, alcune startup hanno sperimentato l’affiliate equity offrendo ai migliori affiliati una percentuale permanente sui ricavi generati dai clienti che portano, invece di una semplice commissione una tantum. Un esempio è Refersion’s Brand Ambassador Program, in cui gli affiliati che raggiungono determinati obiettivi possono ricevere una quota continuativa delle vendite, con report trasparenti e contratti basati su performance a lungo termine. Questo crea una rete di promotori motivati a far crescere l’azienda nel tempo, partecipando direttamente al valore generato.
#4. Possibili sviluppi futuri
Nel prossimo futuro, i modelli alternativi basati sui ricavi potrebbero espandersi anche grazie all’evoluzione tecnologica e alla crescente domanda di trasparenza. Le piattaforme di investimento potrebbero integrare strumenti per offrire revenue-sharing in modo standardizzato, rendendo questi strumenti accessibili a un pubblico più ampio.
In parallelo, potremmo assistere alla nascita di mercati secondari per contratti RBF o token connessi a ricavi, creando una maggiore liquidità per gli investitori. Alcune giurisdizioni stanno già valutando regolamentazioni per riconoscere ufficialmente questi strumenti come asset finanziari, aprendo le porte a una nuova classe di prodotti quotabili.
Anche le banche tradizionali e i fondi potrebbero iniziare a offrire soluzioni ibride, combinando prestiti con meccanismi di revenue-sharing. Questo permetterebbe alle imprese di scegliere formule di finanziamento più flessibili e meno vincolate al debito classico.
Infine, è probabile che si sviluppino reti decentralizzate in cui piccoli investitori finanziano direttamente progetti in cambio di quote sui ricavi, sfruttando smart contract per garantire trasparenza e distribuzione automatica dei proventi. In un mondo sempre più orientato all’economia reale, questi modelli potrebbero diventare parte integrante del panorama finanziario.









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