Le mappe dei territori controllati da Israele vengono spesso usate per rappresentare il conflitto come una semplice espansione unilaterale, ma questa narrazione semplifica una realtà più complessa, segnata da guerre, decisioni internazionali, accordi falliti e, talvolta, restituzioni territoriali. Per molti israeliani, il controllo di determinate aree è percepito principalmente come una necessità di sicurezza, in risposta a minacce reali o percepite; per i palestinesi, la perdita di quei territori rappresenta sradicamento e frammentazione. Senza considerare entrambe le prospettive, queste rappresentazioni rischiano di offrire una visione distorta del conflitto.
Questo articolo è stato realizzato per spiegare che la sequenza delle mappe territoriali spesso non corrisponde alla narrazione semplicistica con cui viene comunemente presentata, né rispecchia pienamente gli eventi storici.
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⚠️ Una precisazione metodologica:
Analizzare il conflitto israelo-palestinese in modo critico non significa assolvere né condannare una parte, né tantomeno minimizzare la sofferenza di alcun popolo, ma riconoscere che semplificazioni e slogan impediscono qualsiasi comprensione reale e, di conseguenza, qualsiasi soluzione.
Indice:
- 1️⃣ Dagli ottomani ai britannici (1516–1947)
- 2️⃣ La guerra arabo-israeliana (1947–1949)
- 3️⃣ Il controllo arabo (1949–1967)
- 4️⃣ I territori palestinesi (1967–2023)
- 🗺️ Infografica riassuntiva
- 📚 Fonti e crediti

#1. 1️⃣ Dagli ottomani ai britannici
1516–1947

| 👍 Corretto | ✋ Attenzione! | |
|---|---|---|
| ⚪ | 🏠 Proprietà private ebraiche | |
| 🟢 | 🇬🇧 Mandato britannico (incluse le proprietà private ebraiche sopra) |
Che cosa è accaduto?
💡 In termini riassuntivi:
Durante il Mandato britannico, la presenza ebraica crebbe soprattutto tramite immigrazione e acquisti di terre, non per conquista militare, ma ciò generò tensioni con la popolazione araba. Le mappe riflettono quindi cambiamenti di proprietà e insediamento, non veri confini statali.
Contesto storico e continuità delle presenze
Nella prima mappa si suggerisce che gli insediamenti ebraici abbiano iniziato a “divorare” progressivamente la Palestina, ma questa rappresentazione rischia di semplificare eccessivamente una realtà storica molto più articolata. Già dall’epoca dei gruppi tribali dell’antica Israele, il territorio conobbe una lunga successione di dominazioni e conquiste: dagli imperi dell’antichità ai regni ellenistici, dal dominio romano e bizantino alle conquiste islamiche, dalle crociate ai sultanati dei Mamelucchi e all’espansione ottomana. Nonostante questi cambiamenti di sovranità, le comunità ebraiche continuarono a vivere nella regione, spesso accanto ad altre comunità religiose come cristiani e musulmani, mantenendo una continuità abitativa che durò nei secoli.


Il Mandato britannico e le sue contraddizioni
Per oltre quattro secoli, dal 1516 al 1917, la regione fu parte dell’Impero Ottomano. Solo dopo la sua sconfitta nella Prima guerra mondiale il controllo passò alla Gran Bretagna, che si trovò a gestire un territorio attraversato da tensioni etniche, politiche e coloniali, eredità di una storia segnata da continui cambiamenti di sovranità.
Durante la guerra, Londra aveva fatto promesse contraddittorie: da un lato aveva garantito agli arabi l’indipendenza in cambio della rivolta contro gli Ottomani (corrispondenza McMahon–Hussein), dall’altro aveva sostenuto con la Dichiarazione Balfour del 1917 la creazione di una “casa nazionale” per il popolo ebraico in Palestina. A queste si aggiungevano gli accordi segreti Sykes–Picot con la Francia, che prevedevano la spartizione coloniale della regione. Il Mandato britannico, istituito dalla Società delle Nazioni nel 1920, nacque quindi già carico di ambiguità e conflitti di interesse.

Nel 1921 la Gran Bretagna cercò di risolvere parte di queste contraddizioni dividendo il Mandato della Palestina in due: circa il 77% del territorio, a est del fiume Giordano, divenne la Transgiordania, uno Stato arabo che corrisponde all’attuale Giordania, mentre agli ebrei fu consentito insediarsi solo nella parte occidentale. In questo senso, una grande entità araba palestinese era già stata creata prima ancora dei successivi piani di partizione, e la Palestina occidentale rappresentava solo una parte residua del Mandato originario.

Insediamenti, proprietà e trasformazioni territoriali
Durante il Mandato britannico, la presenza ebraica nella Palestina occidentale aumentò in parte attraverso immigrazione e in parte tramite acquisti di terreni. Una quota significativa di questa immigrazione, soprattutto dagli anni Trenta in poi, era composta da ebrei in fuga dalle persecuzioni naziste in Europa e, più tardi, dalla Shoah. Tuttavia, questa crescita non avvenne senza limiti: a partire dagli anni Trenta, la Gran Bretagna introdusse una serie di restrizioni, note come Libri Bianchi, che ridussero drasticamente sia l’immigrazione ebraica sia la possibilità di acquistare nuove terre, soprattutto nel tentativo di placare l’opposizione araba.
I puntini bianchi visibili nella mappa, spesso interpretati come insediamenti coloniali imposti dall’esterno, rappresentano in larga misura proprietà private acquistate da individui o organizzazioni ebraiche, spesso da grandi proprietari terrieri arabi. Una parte di queste terre era poco abitata o scarsamente coltivata, anche se in altri casi vi erano comunità rurali coinvolte nei processi di vendita e trasformazione del territorio. Le organizzazioni sioniste miravano in genere a rendere queste aree economicamente produttive attraverso bonifiche, agricoltura e nuove infrastrutture.
Questo è un elemento importante perché mostra che la crescita degli insediamenti ebraici in questa fase storica non fu il risultato di una conquista militare o di un’occupazione forzata, né di una politica britannica di espansione a loro favore. Allo stesso tempo, questi processi generarono anche forti tensioni sociali ed economiche, poiché il cambiamento dei rapporti di proprietà e di lavoro ebbe effetti profondi sulla popolazione araba locale.
Le aree segnate nella mappa indicano quindi soprattutto trasformazioni di proprietà e insediamento all’interno di un sistema coloniale regolato e limitato dall’autorità britannica, non i confini di Stati nazionali sovrani, che in quel periodo non esistevano ancora né per gli ebrei né per i palestinesi.
ℹ️ Il nome Palestina:
Il nome Palestina fu adottato ufficialmente in epoca romana dopo la rivolta ebraica del II secolo d.C., quando l’imperatore Adriano ribattezzò la provincia di Giudea in Syria Palaestina, anche per ridurne il legame con la precedente identità giudaica. Il termine deriva dal nome dei Filistei, un antico popolo della regione costiera.
Nei secoli successivi, Palestina rimase una designazione geografica e amministrativa sotto Romani, Bizantini, Califfati islamici e Ottomani. Non esistette come Stato sovrano nel senso moderno, ma come regione governata da poteri esterni, pur mantenendo continuità di popolazione e di nome fino all’epoca contemporanea.

#2. 2️⃣ La guerra arabo-israeliana
1947–1949

| 👍 Corretto | ✋ Attenzione! | |
|---|---|---|
| ⚪ | ✡️ Stato ebraico (proposto nel piano di partizione ONU) | |
| 🟢 | 🕌 Stato arabo (proposto nel piano di partizione ONU) |
Che cosa è accaduto?
💡 In termini riassuntivi:
Nel 1947 l’ONU propose la divisione della Palestina in due Stati (ebraico e arabo). Il piano fu accettato dalla leadership sionista ma rifiutato da quella araba. Nel 1948, Israele dichiarò l’indipendenza e i Paesi arabi vicini iniziarono una guerra. Il conflitto causò molte vittime e i confini finali non coincisero con quelli previsti dall’ONU.
Il Piano di partizione dell’ONU del 1947
Nella seconda mappa, l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), con la Risoluzione 181 del 1947, approvata a maggioranza dall’Assemblea Generale, propose la fine del Mandato britannico e la creazione di due Stati indipendenti, uno a maggioranza ebraica e uno a maggioranza araba, affiancati da una zona internazionale per Gerusalemme. Il piano prevedeva che allo Stato ebraico andassero gran parte della fascia costiera (da Haifa fino a sud di Tel Aviv), la Galilea orientale e il deserto del Negev, mentre allo Stato arabo sarebbero spettate la Galilea occidentale, la Samaria e la Giudea (in gran parte corrispondenti all’attuale Cisgiordania), la Striscia di Gaza e un corridoio verso il porto di Jaffa; Gerusalemme e Betlemme sarebbero state separate da entrambi gli Stati e poste sotto un regime internazionale speciale (corpus separatum), amministrato dalle Nazioni Unite per garantire la tutela e l’accesso ai luoghi santi delle tre religioni monoteiste.
Fondamenti giuridici e contesto internazionale
Questa decisione non nacque dal nulla, né come semplice “risarcimento” per la Shoah, ma come esito di un percorso giuridico internazionale avviato dopo la Prima guerra mondiale: già l’Articolo 22 dello Statuto della Società delle Nazioni (1919) stabiliva che le ex province ottomane dovessero essere amministrate da potenze mandatari con l’obiettivo di guidarle progressivamente verso l’autodeterminazione.

Alla Conferenza di Sanremo e con il Trattato di Sèvres (1920), la Dichiarazione Balfour (1917) venne riconosciuta dal diritto internazionale e alla Gran Bretagna fu affidato il Mandato sulla Palestina con l’incarico di favorire la creazione di una casa nazionale ebraica. Il Mandato per la Palestina (1922), ratificato dal Consiglio della Società delle Nazioni, confermò formalmente l’impegno britannico a facilitare l’immigrazione ebraica e la costruzione di istituzioni politiche e sociali per il futuro Stato ebraico. Il Trattato di Losanna (1923) ne consolidò i confini, e con la nascita dell’ONU l’Articolo 80 della Carta delle Nazioni Unite (1945) mantenne in vigore i diritti e gli impegni creati dai mandati della Società delle Nazioni.
Dalla partizione alla guerra del 1948
In quel periodo il termine “palestinese” era usato soprattutto in senso geografico per indicare gli abitanti della regione, inclusi ebrei e arabi, anche se stava emergendo una distinta identità nazionale araba. Il territorio assegnato allo Stato ebraico era frammentato e includeva ampie aree poco sviluppate, ma la leadership sionista accettò il piano come primo passo verso l’indipendenza. La leadership araba palestinese e i Paesi arabi circostanti, invece, lo respinsero.
Con l’avvicinarsi della fine del Mandato britannico, che cessò ufficialmente il 15 maggio 1948, la leadership ebraica proclamò l’indipendenza dello Stato di Israele il 14 maggio. Il conflitto civile già in corso si trasformò così in una guerra regionale: Egitto, Giordania, Siria, Libano e Iraq intervennero per impedire la nascita e il consolidamento del nuovo Stato.

Le perdite furono gravi per entrambe le parti: circa 6.000 israeliani (circa l’1% della popolazione ebraica) morirono, mentre centinaia di migliaia di palestinesi arabi furono costretti alla fuga o espulsi, dando origine alla Nakba. Allo stesso tempo, una parte significativa della popolazione ebraica coinvolta in questi eventi era composta da sopravvissuti alla Olocausto, molti dei quali giunti in Palestina negli anni precedenti o immediatamente successivi alla guerra.
Negli anni seguenti, inoltre, centinaia di migliaia di ebrei provenienti dai Paesi arabi furono costretti a lasciare o abbandonarono i loro Paesi di origine, in un processo che interessò comunità presenti da secoli nel Medio Oriente e nel Nord Africa; una parte consistente di queste persone si stabilì in Israele. I confini emersi dal conflitto non coincisero con il piano ONU e lasciarono irrisolta la questione di uno Stato palestinese, ponendo le basi del conflitto successivo.
ℹ️ Il termine Nakba:
Il termine Nakba (“catastrofe” in arabo) indica l’esodo di molti arabi palestinesi nel 1948, durante la guerra seguita alla nascita di Israele. Questo processo ebbe cause multiple: in alcune aree leader arabi incoraggiarono la popolazione a fuggire temporaneamente, mentre in altre le persone scapparono per paura dei combattimenti o furono coinvolte in operazioni militari israeliane.
Molti arabi che rimasero sotto controllo israeliano non furono espulsi e divennero cittadini di Israele. La Nakba non fu quindi né un semplice abbandono volontario né un piano unico di espulsione, ma il risultato complesso di una guerra e delle sue dinamiche. Alcuni storici parlano di espulsioni pianificate in specifiche aree, altri di dinamiche di guerra; non esiste consenso su un piano generale unico.

#3. 3️⃣ Il controllo arabo
1949–1967

| 👍 Corretto | ✋ Attenzione! | |
|---|---|---|
| ⚪ | 🇮🇱 Israele | — |
| 🟢 | 🇪🇬 Egitto → Striscia di Gaza 🇯🇴 Giordania → Cisgiordania |
Che cosa è accaduto?
💡 In termini riassuntivi:
Dopo la guerra del 1948, gli armistizi del 1949 fissarono la Linea Verde come confine provvisorio: Gaza passò sotto controllo egiziano e la Cisgiordania (con Gerusalemme Est) sotto la Giordania, senza la creazione di uno Stato palestinese. Solo dopo la nascita dell’OLP nel 1964, si sviluppò un’identità politica palestinese più definita.
Gli armistizi del 1949 e il nuovo assetto territoriale
Nella terza mappa, dopo la prima guerra arabo-israeliana, si arriva agli armistizi del 1949, che fissarono linee di cessate il fuoco provvisorie, poi note come Linea Verde, in attesa di eventuali accordi di pace definitivi. In base a questi accordi, l’Egitto assunse il controllo della Striscia di Gaza, mentre la Giordania prese il controllo della Cisgiordania (Giudea e Samaria) e di Gerusalemme Est (inclusa la Città Vecchia). Questi territori non divennero uno Stato palestinese indipendente, ma rimasero sotto amministrazione militare e politica di due Stati arabi, in una situazione pensata come temporanea ma destinata a protrarsi per quasi due decenni.

Rifugiati palestinesi e nascita di un’identità politica
In questo periodo, centinaia di migliaia di profughi palestinesi rimasero nei campi in Gaza, Cisgiordania (Giudea e Samaria), Giordania, Libano e Siria, spesso senza essere integrati pienamente come cittadini, una condizione che contribuì a mantenere irrisolta la questione dei rifugiati e a rafforzare le rivendicazioni politiche palestinesi negli anni successivi.
Durante questo periodo, l’Egitto amministrò Gaza senza annetterla, mentre la Giordania annesse formalmente la Cisgiordania (Giudea e Samaria) nel 1950, concedendo la cittadinanza giordana ai suoi abitanti; tale annessione fu riconosciuta solo da pochi Paesi. In nessuno dei due casi venne creato uno Stato palestinese né furono avviati processi di autodeterminazione per la popolazione araba locale, che rimase sotto governi esterni e senza rappresentanza politica propria. Non esisteva ancora uno Stato palestinese moderno, come non esistevano ancora molti Stati mediorientali nati solo dopo la decolonizzazione.
Negli anni immediatamente successivi al 1949, esisteva una coscienza locale e araba, ma non ancora uno Stato o un movimento nazionale moderno strutturato. Fu soprattutto nei decenni successivi, in particolare con la fondazione dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) nel 1964, che l’idea di un popolo palestinese come soggetto politico distinto dagli altri Stati arabi divenne un elemento centrale nel conflitto e nelle rivendicazioni diplomatiche.
ℹ️ La sacralità di Gerusalemme:
Gerusalemme è una città sacra alle tre grandi religioni monoteiste. Per l’ebraismo è il cuore spirituale da oltre tremila anni, da quando il re Davide la fece capitale e vi sorse il Tempio, centro della fede ebraica.
Per il cristianesimo è il luogo della crocifissione e resurrezione di Gesù, celebrate nella Chiesa del Santo Sepolcro, che rende la città uno dei principali poli spirituali cristiani. Per l’islam è sacra dal VII secolo, con la Cupola della Roccia e la moschea di al-Aqsa sul Monte del Tempio, già sacro per gli ebrei.

#4. 4️⃣ I territori palestinesi
1967–2023

| 👍 Corretto | ✋ Attenzione! | |
|---|---|---|
| ⚪ | 🇮🇱 Israele | — |
| 🟢 | 🇵🇸 Palestina o territori palestinesi (secondo la terminologia ONU) |
Che cosa è accaduto?
💡 In termini riassuntivi:
Dopo la Guerra dei Sei Giorni (1967), Israele conquistò Gaza, Sinai, Cisgiordania, Gerusalemme Est e Golan. Negli anni successivi ci furono guerre e accordi, tra cui la restituzione del Sinai all’Egitto, mentre territori come la Cisgiordania restano contesi. Negli anni ’90 gli Accordi di Oslo introdussero una prima autonomia palestinese.
La Guerra dei Sei Giorni e il nuovo controllo territoriale (1967)
La quarta mappa rappresenta le conseguenze della Guerra dei Sei Giorni (1967), un conflitto che modificò profondamente gli equilibri territoriali del Medio Oriente. In un contesto di crescente tensione regionale, mobilitazioni militari e dichiarazioni ostili da parte di Egitto, Siria e Giordania, Israele avviò un’operazione militare che portò, nel giro di pochi giorni, a una vittoria decisiva. Al termine della guerra, Israele assunse il controllo della Striscia di Gaza e della Penisola del Sinai dall’Egitto, delle Alture del Golan dalla Siria e della Cisgiordania (Giudea e Samaria) insieme a Gerusalemme Est, inclusa la Città Vecchia, dalla Giordania.


Dalla guerra del 1973 agli accordi di pace
Nel 1973, durante la Guerra del Kippur, Egitto e Siria lanciarono un attacco a sorpresa contro Israele nel tentativo di riconquistare i territori perduti nel 1967. Il conflitto si concluse senza cambiamenti territoriali duraturi, ma ebbe importanti conseguenze politiche e strategiche, contribuendo a riaprire i negoziati diplomatici tra Israele e i Paesi arabi.


Negli anni successivi, alcuni territori furono oggetto di accordi politici. In particolare, la Penisola del Sinai venne restituita all’Egitto nel 1982 nell’ambito degli Accordi di Camp David, che portarono al primo trattato di pace tra Israele e uno Stato arabo e al primo riconoscimento ufficiale di Israele nella regione.
Occupazione, diritto internazionale e status dei territori
Secondo la posizione prevalente della comunità internazionale, i territori rimasti sotto controllo israeliano dopo la Guerra dei Sei Giorni — in particolare Cisgiordania e Gerusalemme Est — sono considerati territori occupati. Nel diritto internazionale l’occupazione militare in sé non è automaticamente illegale, ma è regolata dal diritto internazionale umanitario. Tuttavia, molti Stati e organismi internazionali ritengono che gli insediamenti civili israeliani in questi territori siano contrari al diritto internazionale. Israele contesta questa interpretazione e sostiene che si tratti di territori disputati, il cui status definitivo dovrebbe essere stabilito attraverso negoziati di pace.
Il processo di Oslo e l’autogoverno palestinese
Negli anni Novanta, Israele e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) avviarono un processo politico volto a risolvere il conflitto. Il primo passo fu l’Accordo di Oslo I (1993), noto anche come Dichiarazione di Principi, che sancì il riconoscimento reciproco tra Israele e OLP e avviò un processo graduale di autonomia palestinese, con la creazione dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) e il trasferimento iniziale di alcune competenze civili.
Due anni dopo, con l’Accordo di Oslo II (1995), venne definita in modo più concreto l’organizzazione territoriale della Cisgiordania: il territorio fu suddiviso in Aree A, B e C. L’Area A passò sotto controllo civile e di sicurezza palestinese; l’Area B sotto amministrazione civile palestinese con sicurezza condivisa con Israele; l’Area C rimase sotto pieno controllo israeliano. Questo assetto segnò l’avvio della prima forma di autogoverno palestinese nella storia contemporanea.


Dalla Seconda Intifada alle divisioni contemporanee
A partire dal 2002, durante la Seconda Intifada, Israele iniziò la costruzione di una barriera di separazione in Cisgiordania, presentata dalle autorità israeliane come misura di sicurezza in risposta a una serie di attacchi armati contro civili israeliani. Il tracciato e le conseguenze umanitarie e politiche della barriera sono rimasti oggetto di ampie controversie a livello internazionale.
Nel 2005 Israele attuò un piano di disimpegno unilaterale che comportò il ritiro dalla Striscia di Gaza — con l’evacuazione di tutti gli insediamenti israeliani e la fine della presenza militare permanente — e lo smantellamento di quattro insediamenti anche nella Samaria settentrionale. Nel 2006 Hamas, movimento nato nel 1987 durante la Prima Intifada come ramo palestinese dei Fratelli Musulmani, vinse le elezioni legislative palestinesi e, nel 2007, prese il controllo della Striscia di Gaza con la forza, estromettendo l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP). Da allora i territori palestinesi risultano politicamente divisi tra Hamas a Gaza e l’ANP in Cisgiordania, una frattura che ha ulteriormente complicato la prospettiva di uno Stato palestinese unitario.


Nel corso degli anni, diversi fattori hanno contribuito al rallentamento o al fallimento del processo di pace. Accanto alle responsabilità israeliane e alle asimmetrie di potere legate all’occupazione, anche le scelte e le debolezze della leadership palestinese hanno avuto un impatto significativo. L’uso della violenza contro civili israeliani da parte di gruppi armati e la difficoltà nel consolidare istituzioni politiche stabili hanno indebolito la fiducia reciproca e rafforzato le posizioni più rigide nelle parti in conflitto.
In sintesi, questa fase storica segna il momento in cui i palestinesi ottengono per la prima volta una forma di autogoverno, seppur limitata, frammentata e instabile. Tra il 1949 e il 1967, infatti, né l’Egitto né la Giordania avevano creato uno Stato palestinese né concesso un’autonomia politica ai territori sotto il loro controllo. Le aree rappresentate nell’ultima mappa mostrano quindi la prima esperienza di amministrazione palestinese, in un contesto ancora segnato da conflitto, divisioni interne e negoziati irrisolti.
ℹ️ Le intifade e il fallimento di Oslo:
Gli Accordi di Oslo miravano a una soluzione negoziata basata sul riconoscimento reciproco e sull’autogoverno palestinese. Il processo però si deteriorò rapidamente: l’OLP non riuscì a fermare la violenza di gruppi armati come Hamas, mentre Israele continuò ad espandere gli insediamenti, alimentando la sfiducia palestinese.
La Prima Intifada (1987–1993) era stata una rivolta prevalentemente popolare e politica, caratterizzata da proteste, scioperi e disobbedienza civile contro il controllo israeliano. Il fallimento dei negoziati finali nel 2000 e lo scoppio della Seconda Intifada (2000–2005), segnata da un’intensa escalation di violenza armata, attentati suicidi palestinesi e operazioni militari israeliane, provocarono migliaia di vittime civili e segnarono la fine di Oslo, risultato di errori, violenze e mancanza di fiducia da entrambe le parti, più che di una sola decisione.
#5. 🗺️ Infografica riassuntiva
Questa infografica riassume i contenuti principali in un’unica immagine, rendendoli immediatamente consultabili e facilmente condivisibili.


#6. 📚 Fonti e crediti
Le fonti utilizzate sono state raccolte e rielaborate nel tempo durante un personale percorso di studio e approfondimento della questione, quindi confrontate e corroborate con riferimenti enciclopedici e istituzionali — tra cui Wikipedia — con l’obiettivo di costruire un contenuto informativo accessibile e chiaro, senza risultare né apertamente di parte né falsamente neutrale, né appiattito su una narrazione “a somma zero” tra le posizioni in campo.
Le mappe impiegate come intestazioni dei capitoli corrispondono alle rappresentazioni più diffuse nel dibattito pubblico, spesso associate alla narrativa della cosiddetta “Palestina divorata”, e sono state inserite come riferimento visivo al discorso comune. Le mappe utilizzate all’interno dei capitoli, invece, provengono dal sito del governo israeliano (www.gov.il). Questa scelta non è stata dettata da intenti di parzialità, ma dalla volontà di mantenere uniformità grafica e coerenza cartografica tra le diverse sezioni, così da concentrare l’attenzione del lettore sulle variazioni storiche e sui dettagli specifici. Inoltre, tali mappe presentano uno stile sintetico e generalmente neutro dal punto di vista descrittivo.









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