L’episodio che vede protagonista Paul Volcker — presidente della Federal Reserve dal 1979 al 1987 — è stato raccontato dal dottor Alma True Ott in un’intervista a Lynette Zang disponibile su YouTube. Tuttavia, al di là del suo valore narrativo e suggestivo, questo racconto presenta diversi elementi di incongruenza, sia sul piano metodologico sia su quello economico e simbolico. Proprio per questa ragione, esso si presta a essere sottoposto a un’analisi critica, volta non tanto a confutarlo in senso polemico, quanto a valutarne la coerenza interna, la plausibilità storica e la funzione discorsiva all’interno del contesto in cui viene oggi riproposto.
Secondo Ott, dopo essersi formato in contabilità negli anni Ottanta, avrebbe partecipato a un evento formativo riservato svoltosi in un hotel del gruppo Marriott vicino a Wall Street, al quale sarebbe stato ammesso grazie a una borsa di studio da lui stesso ottenuta. L’iniziativa avrebbe coinvolto una ventina di partecipanti selezionati, tutti di confessione ebraica, fatta eccezione per lui, che si definisce mormone. Ott precisa comunque di non aver avuto alcun problema con l’appartenenza religiosa degli altri partecipanti; al contrario, afferma di aver condiviso la stanza con una persona ebrea con la quale sostiene di essere sempre andato pienamente d’accordo.
L’evento, sempre stando alla sua versione, avrebbe visto la partecipazione di figure di primo piano del mondo finanziario, tra cui Paul Exter, già presidente di Citibank, e dirigenti di vertice di Goldman Sachs. Qua entra in scena Volcker che, intervenuto a sorpresa, avrebbe distribuito dei biglietti laminati con numeri telefonici diretti delle principali zecche mondiali, avrebbe poi acceso un sigaro e bruciato con esso una banconota da 100.000 dollari con l’effigie di Woodrow Wilson, spiegando che quel tipo di denaro era destinato ai “goy”, mentre si sottointendeva che per l’élite la vera moneta sarebbe stata un’altra.
Qui è opportuno soffermarsi sul termine goy. In ebraico si scrive גוי (goy, plurale גויים – goyim) e il suo significato letterale è semplicemente “popolo” o “nazione”. Nella Bibbia ebraica viene usato in modo neutro per indicare qualsiasi popolo, incluso talvolta lo stesso popolo ebraico. Nell’uso moderno, soprattutto colloquiale, goy indica una persona non ebrea, ed è sostanzialmente equivalente al termine “gentile” nelle tradizioni cristiane. Di per sé non è necessariamente un termine dispregiativo, ma il suo valore semantico dipende fortemente dal contesto e dall’intenzione comunicativa. Nel racconto di Ott, tuttavia, il termine viene inserito in una narrazione fortemente simbolica, dove il “denaro dei goy” è contrapposto al “denaro vero” riservato a un gruppo selezionato, e questo contribuisce a costruire una distinzione implicita tra un “dentro” e un “fuori”, tra iniziati e profani.
A completare il quadro, si sarebbe aggiunta l’affermazione secondo cui un giorno la banconota da 100.000 dollari avrebbe avuto lo stesso valore di quella da un dollaro, accompagnata dall’invito esplicito a investire esclusivamente in oro. Alla domanda di Ott sull’opportunità di non mettere tutte le uova nello stesso paniere — e quindi di diversificare il rischio — Volcker avrebbe risposto facendo tintinnare alcune monete d’oro che teneva in mano, osservando che quelle non erano “uova” da riporre in alcun paniere. Il messaggio implicito del racconto è che, se tali parole fossero davvero state pronunciate dal più potente banchiere centrale del mondo, esse costituirebbero una rivelazione definitiva sulla natura autentica del denaro.
🕵️ Problemi e incongruenze della storia
🔍 Mancano fonti terze
Il primo problema metodologico di questa narrazione è la totale assenza di verificabilità. Non vengono forniti nomi di altri partecipanti, né date associate a eventi specifici. L’unica fonte mi risulti sia il solo racconto autobiografico di Alma True Ott, non corroborato da documenti, testimonianze indipendenti o riscontri d’archivio. In termini storiografici e giornalistici, ci si trova di fronte a una fonte unica, orale, non controllabile: una base estremamente fragile su cui costruire conclusioni di carattere generale, soprattutto quando il contenuto della testimonianza pretende di avere una portata sistemica e quasi rivelatoria.
⛔ Potenzialmente discriminatorio
A questo si aggiunge una seconda criticità, più sottile ma non meno rilevante: la struttura simbolica del racconto. La distinzione marcata tra “ebrei” e “goy”, l’idea di una sala ristretta composta da iniziati, l’uso di un linguaggio che suggerisce implicitamente l’esistenza di un’élite che possiede una conoscenza segreta sul denaro, costruiscono una cornice narrativa che si presta facilmente a interpretazioni di tipo discriminatorio. Anche se il racconto non formula accuse esplicite, il rischio è l’effetto complessivo di evocare una divisione tra un “noi” privilegiato e un “loro” esterno, dove la categoria identitaria viene caricata di un significato economico e simbolico che va ben oltre il suo significato linguistico originario.
📉 Finanziariamente incongruo
Il punto centrale, tuttavia, non è solo culturale o simbolico, ma anche economico. Se si prova a collocare temporalmente l’episodio, emergono incongruenze significative. Dalle informazioni fornite dallo stesso Ott, l’incontro con Volcker sarebbe avvenuto molto probabilmente nel 1984, ossia nello stesso periodo in cui egli afferma di aver lavorato a Wall Street. Ora, proprio in quel contesto temporale, il prezzo dell’oro si attestava mediamente attorno ai 330 dollari l’oncia e avrebbe attraversato una lunga fase di stagnazione, tornando stabilmente su quei livelli solo nei primi anni Duemila, indicativamente intorno al 2002.

In termini concreti, un investimento in oro effettuato in quegli anni avrebbe prodotto una stagnazione, se non una perdita reale, per quasi 20 anni. È difficile conciliare questo dato storico con l’idea che il più potente banchiere centrale del mondo stesse fornendo a un gruppo ristretto di “iniziati” una strategia infallibile per preservare e accrescere la ricchezza. Se Volcker avesse davvero avuto una conoscenza privilegiata sul futuro del sistema monetario, risulta poco plausibile che avrebbe consigliato un bene che, nei fatti, si sarebbe rivelato poco performante per quasi due decenni, mentre i mercati azionari americani, proprio in quegli anni, stavano entrando in una fase di forte espansione.
📌 Considerazioni finali
Questo scarto tra la narrazione e i dati storici introduce un elemento di razionalità critica: la storia funziona bene come mito, molto meno come analisi economica. La figura del “grande banchiere” che rivela la verità nascosta, il gesto teatrale della banconota bruciata, il suono metallico delle monete d’oro, sono tutti elementi che rafforzano l’impatto emotivo del racconto, ma non ne aumentano la solidità fattuale. Anzi, contribuiscono a spostare l’attenzione dal piano della verifica empirica a quello della suggestione simbolica.
Quando questo tipo di narrazione viene poi ripresa e amplificata all’interno di circuiti mediatici e editoriali focalizzati sul tema dell’oro come bene rifugio, il rischio è soprattutto interpretativo. Da un lato si tende a semplificare eccessivamente la complessità dei fenomeni monetari, riducendoli a una contrapposizione tra “denaro falso” e “denaro vero”. Dall’altro, si costruisce un immaginario in cui il sapere economico assume la forma di una rivelazione riservata a pochi, piuttosto che di un processo storico, istituzionale e collettivo.
In questo senso, il problema non è tanto stabilire se Volcker abbia davvero pronunciato o meno quelle frasi — cosa che, allo stato attuale, non è possibile verificare — ma interrogarsi sulla funzione che questo racconto svolge oggi. Più che una testimonianza storica, esso appare come un dispositivo narrativo: una storia che serve a legittimare una visione del denaro come illusione, dell’oro come unica realtà tangibile, e delle élite come depositarie di un sapere speciale. Il suo valore è quindi soprattutto simbolico e retorico, non conoscitivo.
In definitiva, il rischio maggiore non è che la storia sia falsa, ma che venga assunta come vera proprio perché soddisfa un bisogno diffuso di spiegazioni semplici, personalizzate e drammatiche in un ambito — quello monetario e finanziario — che è invece strutturalmente complesso e refrattario alle rivelazioni spettacolari. In questo senso, il racconto di Ott non mi sembra appartenere al campo della storia economica, ma a quello dei miti finanziari contemporanei.









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